felici tutti

felici-tutti-controcantoLo spettacolo Felici Tutti nasce dall’esigenza di trattare la questione dei migranti, che ci sembra rappresentare uno dei nodi più critici del nostro contemporaneo, e allo stesso tempo una delle sue sfide più alte, e che però ci appare troppo spesso malposta.
Il “problema” dei migranti viene infatti spesso affrontato sul piano economico,
sociale, politico, nella migliore delle ipotesi culturale, ma raramente sul piano filosofico, che invece a noi ha aperto più di una domanda (in che misura si possa dire nostra la terra su cui abitiamo, con che diritto alcuni uomini limitino la libertà di movimento di altri, come possiamo dirci cittadini del mondo se quel mondo non è per tutti ugualmente percorribile, che senso abbia istituire dei beni artistici patrimonio dell’umanità se a parte di quell’umanità si impedisce di andarli a vedere).
Abbiamo allora voluto lavorare alla costruzione di uno spettacolo in cui il punto di vista fosse quello di una comunità di migranti. Abbiamo lavorato a creare questa comunità, inventandole dei riti, delle danze, un abbigliamento, una gestualità. Le abbiamo dato anche una lingua, e poiché volevamo che la portata delle nostre domande fosse universale e non riconducibile ad un solo popolo, abbiamo scelto l’esperanto, ovvero quella che nelle intenzioni del suo inventore – e per noi ancora – voleva essere la lingua dell’uomo.
Lo spettacolo segue pertanto il percorso di questa comunità, dalla sua terra d’origine, al suo arrivo in Italia, fino al suo respingimento, cercando di indovinarne speranze, delusioni, frustrazioni, malinconie. Gli stessi attori interpretano sia gli ospitati che gli ospitanti, in un continuo gioco di ruoli, di lingue e di prospettive; ne raccontano gli incontri e gli scontri, le rare intese, le molte incomprensioni, le assonanze e le diversità.
Felici Tutti è un augurio, un desiderio, una direzione.
È un tentativo di capovolgere l’ottica, di cambiare la prospettiva.
Non vuole puntare il dito, non vuole neanche insegnare una via, vuole lasciare
nell’aria le sue domande.